Ciò che serve per una fotografia

Noi fotografi siamo una categoria particolare. 


La nostra è una rincorsa alla qualità che ci rende vittime della tecnologia.

E, credetemi, è davvero frustrante.

Tendiamo a pensare che l’attrezzatura di cui disponiamo debba evolversi con noi. Ci focalizziamo sui limiti entro cui siamo costretti a lavorare.

Io stessa, confesso, sto prendendo in considerazione l’idea di rivoluzionare totalmente il parco macchine e ottiche. Sto pensando di cambiare brand, quindi di abbandonare quella che fino ad oggi è stata la mia comfort zone.

Perché? Perché ogni ritratto merita sempre il massimo.


E poi c’è la storia che voglio raccontarvi oggi.



Immaginate una giornata di agosto, caldissima e piena di appuntamenti.

Dopo aver scattato tutta la mattina e parte del primo pomeriggio, lascio la mia borsa fotografica a casa: le batterie devono essere ricaricate, le schede sd svuotate e i relativi files archiviati sull’hard disk, per poter poi poter riprendere il lavoro serale che mi aspetta.


Immaginate che, in questa giornata di agosto, caldissima e piena di appuntamenti, Simona - la mia partner in crime - abbia dato appuntamento in studio a Carola, cake designer padovana conosciuta tra le vie di Instagram.


Che fai, non passi per un saluto anche se è una giornata di agosto, caldissima e piena di appuntamenti?

Varco la porta di ingresso e davanti a me si apre un tripudio di colori, a partire dai capelli rosa di Carola. Quello che doveva essere un incontro fugace, si era trasformato in un’esplosione di fiori e sorrisi.


Voglio assolutamente ritrarre Carola, ma non ho la mia attrezzatura con me.


Arriva Simo e mi porge la sua macchina fotografica, un reflex entry level con un obiettivo di bassissima qualità. Il “vade retro, Satana” di ogni fotografo professionista.

Metto le mani avanti, non garantisco nulla: avrei scattato con un’attrezzatura mediocre, con un sensore APS - C e non Full Frame e, cosa ben più grave, ne avrei ottenuto un file JPG e non un RAW. 

(Per poter andare nel dettaglio di quanto sopra, avrei bisogno di un post dedicato. Resto a disposizione, se qualcuno di voi fosse curioso di saperne di più. Per tutti gli altri, vi basti sapere che mi trovavo davanti ad un qualcosa di bellissimo che desideravo immortalare.

Avevo un gran timore di non riuscire a fare ciò che avrei voluto, a causa di un mezzo non all’altezza di una fotografia professionale)


Eppure il primo scatto mi ha lasciato senza fiato.


Il file è senz’altro più piccolo e meno dettagliato. Certamente non reggerebbe una stampa di grosse dimensioni.

Ma wow. La macchina risponde ai miei comandi e alla mia interpretazione della luce, della scena. Ciò che avrei voluto, come avrei voluto.

Quello che vedo è quello che riesco a riprodurre in fotografia, in una giornata di agosto, caldissima e piena di appuntamenti con una reflex del valore di poche centinaia di euro.


La morale della favola è che noi fotografi viviamo sempre l’ansia da prestazione e la frustrazione di non essere al top.

Ma ciò che ho imparato in quel caldo pomeriggio, è che una fotografia non è opera della macchina. Come un quadro non è opera di un pennello.

Chi ha guidato lo strumento? E chi ha ispirato l'opera?

È il fotografo che fa la foto. È la generosità di chi decide di mostrarsi che fa un ritratto.


Perché ogni fotografia, prima di ogni cosa, è un incontro fra chi guarda e chi si lascia guardare.

La forma, che la macchina rende reale e possibile, è una conseguenza di questo scambio.


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