Non chiedetemi i boschi

Perché scatto in studio? E perché non in un bosco?

Non chiedetemi boschi. O meglio, non chiedetemi un ritratto ambientato nei boschi.

Affermazione pungente, lo so. La delusione la leggo negli occhi di chi insiste.

Perché allora non accontentare questa richiesta?


Facciamo un passo indietro.

Durante le mie prime esperienze nel mondo del ritratto, fotografavo in esterna.

Avevo imparato a conoscere la luce naturale e tutti i suoi continui ed improvvisi mutamenti. Ad apprezzare determinati orari piuttosto che altri.

E la volete sentire una cosa sconcertante? Mi piaceva! Mi piaceva l'atmosfera magica della golden hour, l'effetto del lens flare.


Sempre a caccia della luce perfetta, facevo svegliare prima dell’alba ogni ragazza da ritrarre. "Chi bella vuol venire, un po' deve soffrire" - diceva la mia nonna. L'ambiente circostante era per me un grandissimo aiuto a livello compositivo. E facilitava notevolmente l'interazione con ognuna di loro, perché trovavano un senso e una dimensione all'interno di un contesto concreto e reale.

In questa fase della mia formazione - paradossale, lo so! - lo studio "was not my cup of tea".



Per diverso tempo ho continuato a scattare in esterna. Ma più che lo sguardo di chi incontrava il mio obiettivo, continuavo a cercare il dialogo del suo corpo con la luce.

Il controluce. Non parlo dell’effetto “silhouette”. Piuttosto di quel senso di astrazione che solo la luce del sole, quando arriva da dietro, riesce creare. I ritratti che facevo si tingevano di bianco. E anche se si intravedeva qualcosa della location (il fantomatico bosco) in cui ci trovavamo, in realtà avrebbe potuto essere ovunque e da nessuna parte.


Così mentre io inseguivo la luce, lei mi mostrava un modo di ritrarre diverso.

È stata lei a insegnarmi a guardare in faccia chi avevo davanti. A desiderare di conoscere chi ci fosse realmente dietro ad un ritratto.

Senza accorgermene, ciò che avevo intorno non mi interessava più.

Ed eccomi tra le pareti bianche del mio studio.

La luce è sempre naturale. Le immagini sono ancora un po' sovraesposte, ma deve essere una sorta di firma inconscia :)

Quel bianco, che qualcuna di voi ha ribattezzato “bianco vialacteoso”, è diventato uno spazio fuori dal tempo. Un posto che non conosce regole e che non passa di moda. Un luogo in cui sentirsi libere di essere.


Ecco perché ho bisogno dello studio: perché ognuna di voi, davanti all’obiettivo della mia macchina, possa mettersi a nudo senza paura. Lasciarsi andare, come in quell’angolino di casa in cui ama rifugiarsi. Uno spazio intimo e libero che completa e appaga. Nessuna richiesta, nessun vincolo o etichetta. Nessuna performance da cardiopalma. Semplicemente quelle che davvero siamo.


Per un ritratto vialacteoso, proseguire dritto fino al bianco. Il rischio di addentrarsi in un bosco è sempre quello di perdersi.

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