Sono B. fotografa di storie al femminile


Beatrice, come ti piacerebbe presentarti?



Sono B.

Ritraggo le donne nei momenti più importanti della loro vita e in quelli più semplici.

Le fotografo attraverso la straordinaria bellezza dell’ordinario, quando sorridono nelle giornate di sole e quando camminano imbronciate sulle strade bagnate dalla pioggia.

Racconto la loro eleganza, la loro sincerità, i loro vuoti e i loro pieni.

Amo la luce del Nord. Allo stesso tempo sono profondamente legata alla mia terra diroccata e salmastra, da cui traggo forza e ispirazione.

Il mio alter ego è Eleven di Stranger Things. Colleziono scatole e ho un cane che chiamo “Gatto”.


Come ti sei avvicinata alla fotografia?


La mia primissima macchina fotografica è stata una Polaroid.

Era il 1994, non avevo ancora cominciato le scuole elementari e, da allora, credo di non aver mai smesso. Non sapevo ancora che potesse diventare il mio lavoro, o forse non ci avevo mai pensato. E’ stato soltanto alla fine del liceo che ho deciso che la fotografia avrebbe fatto davvero parte della mia vita, così mi sono iscritta alla Libera Accademia di Belle Arti di Firenze.

Dopo la laurea triennale, ho vissuto e lavorato a Londra, dove ho seguito un corso post-lauream in Fashion and Editorial Photography presso la London College of Contemporary Arts, seguito da un corso di Image Consulting presso IAP Career College.

Ed eccomi qui!


Chi ha influenzato le tue scelte artistiche?


Tutto ciò che è bello.

Sono vittima dell’estetica in ogni sua forma e sfumatura. La contemplazione del bello è per me assoluto nutrimento, per l’anima e per il corpo. Divoro riviste, mi incanto davanti ad un dipinto, ad una scultura, ad un abito, ad un cielo stellato, al mare d’inverno. Ad un gioiello o ad un accessorio.

Impazzisco per l’architettura e l’interior design. Potrei guardare per ore un elemento d’arredo senza annoiarmi, ma scoprendo i dettagli dietro ai dettagli. Amo i tessuti, amo toccarli. Posso perdermi dentro una fotografia così come dentro un oggetto realizzato a mano, così perfettamente imperfetto. Adoro lo sfarzo che risiede nelle cose antiche, tanto quanto la tagliente linearità minimalista del mondo moderno.

Trovo bellezza in ogni cosa. Mi piace ciò che è vero e che non si vergogna di apparire per quello che è.

Colleziono scatole di cui ammiro la forma, o la grafica, o la storia che raccontano. Leggo poesie, ma non riesco a comporle e ascolto tantissima musica.

Forse la domanda esatta è “cosa” abbia influenzato le mie scelte artistiche, più che “chi”.


Quali sono state le tue prime esperienze artistiche?

Domanda curiosa.

Si tende ad annoverare, tra le esperienze artistiche, mostre, esposizioni, pubblicazioni.

Non mi sono mai piaciuti troppo i riflettori, ho sempre cercato di fuggire le occasioni di apparire, per quanto ce ne siano state.

Tuttavia, mi sento di considerare come prima vera esperienza artistica, la mia prima volta in camera oscura.

Il mio primo rullino in bianco e nero sviluppato nel buio totale (che mi ha sempre terrorizzata!), la luce rossa della camera oscura, gli occhi che piano piano si abituano alla penombra e la rivelazione dell’immagine latente. Il tank a tenuta di luce, il timer per regolare i secondi e i minuti di bagno della pellicola, il termometro per il controllo della temperatura, le forbici, le mollette e i misurini.

E poi ancora l’ingranditore, il focometro e il marginatore, le confezioni di carta fotografica Ilford, le vaschette, le pinze e di nuovo le mollette.

Assistere alla nascita, ed essere parte integrante del processo.


Chi sono i grandi fotografi che ammiri?

Altra domanda interessante.

Come dicevo prima, il mio approccio è sempre stato molto estetico.

Tuttavia, quando ho cominciato l’Accademia, ero convinta che il mio cuore appartenesse al reportage. Potrei nominare Alec Soth e il suo magnifico “Sleeping by the Mississipi” o il racconto crudo e violento di Nan Goldin in “The Ballad of Sexual Dependency”.

Da qui mi sono lentamente spostata sul reportage sociale contemporaneo di Rineke Dijkstra. Fu un colpo di fulmine.

Ricordo di essere stata rapita dal mondo delicato e totalmente decontestualizzato in cui la Dijkstra trascina i suoi soggetti e li mette di fronte ai propri drammi interiori.

Interessantissimi i suoi “Beach Portraits”, in cui ritrae ragazzi e ragazze nel periodo dell’adolescenza, mettendo in evidenza la trasformazione, il fugace momento tanto transitorio quanto delicato. Ritratti semplici e potenti allo stesso tempo. E credo che questo sia rimasto incastrato dentro di me, da qualche parte.

La ricerca della bellezza esteriore ha ragion d’essere soltanto quando è ciò che è dentro ad essere rivelato.

L’amore estetico però, appartiene al mondo della moda, parte fondamentale della mia formazione. Richard Avedon, Annie Leibovitz, Mario Testino, Jan Welters, Mikael Jansson,Giampaolo Sgura, Lara Jade, Sue Bryce, Marta Bevacqua… devo continuare?

E poi c’è una piccola frangia, che apparentemente si discosta molto dal mondo di Via Lactea, che è abitata da eccellenze Made in Italy: Cinzia Bruschini, Elisabetta Marzetti, Monica Leggio, Lelia Scarfiotti. Il loro delicato sguardo sulla donna mi toglie letteralmente il fiato.


Il nome del tuo studio, del tuo progetto artistico è “Via Lactea”.

Che cosa significa? Perché questa scelta?


Prima cosa da dire: cercavo un nome dietro il quale nascondermi. Dietro il quale mettere insieme le tante “me”.

Sono partita dall’idea del bianco, della purezza, dell’essenza prima della forma. Ho pensato al latte, alla semplicità e alla bellezza delle cose ordinarie.

Tuttavia, c’era un rimando troppo diretto alla maternità. Fase senza dubbio fondamentale nella vita di una donna, ma non necessariamente una tappa obbligata. Volevo che il mio progetto potesse accogliere tutte le anime femminili, dare loro uno spazio per se stesse dove non sentirsi giudicate. Dove potessero guardarsi dentro e dire: questa sono io.

E da “Lac” (latte), il salto alle stelle è stato quasi immediato. Ed è così che nasce Via Lactea.

Hai mai passeggiato di notte sulla spiaggia?

Qui il buio del cielo si rischiara dove brilla la luce bianca di ogni stella. Come la luce naturale, il bianco è pieno e sincero. Percepibile e reale grazie al vuoto del nero.

E noi siamo questo, non pensi? 

Siamo fatte di scelte serene e passi sbagliati; di giornate luminose e cieli grigi di pioggia; di sorrisi pieni e di sguardi vuoti e stanchi. 

Le stelle della Via Lattea brillano di luce propria, esattamente come ogni donna dovrebbe fare.


Beatrice, la tua fotografia è focalizzata sulle donne, sul tema della femminilità. Chi sono le donne che hanno avuto e hanno tutt’oggi un ruolo fondamentale nella tua vita?


Sono cresciuta insieme a mia mamma e a mia sorella, in compagnia di cani e gatti che, per qualche motivo, sono sempre state femmine. Chissà che non voglia dire qualcosa!

E ho una nonna, con i suoi novantuno anni appena compiuti, una vita dedicata allo studio e all’insegnamento. Pareti di libri e scarse doti culinarie, la patente rinnovata ogni anno e guai a chi le toglie l’auto! Ginnastica posturale due volte a settimana e ancora la voglia di dare ripetizioni di greco e latino. Con tutte le sue contraddizioni, figlie di un’epoca molto distante dalla nostra, credo che la Nonna Fernanda incarni l’immagine della donna indipendente, che guarda all’amore per se stessa come ad una fase necessaria e propedeutica all’amore verso gli altri.

Sì, la “invidio” molto.


Perché hai scelto le donne? Perché le trovi così interessanti? Qual’è il loro charme e come lo esprimi nella tua fotografia?


Non so dire come ci sia arrivata.

Credo che il mio sia un approccio “terapeutico”, per me prima ancora che per le vite femminili che ritraggo.

È come se diventassi ogni volta una donna diversa. Come se il loro corpo diventasse il mio e cercassi il miglior modo di uscire. Come quando, da bambina, divoravo libri e potevo diventare una principessa, una ballerina, un pirata o un’astronauta.

Alla base del mio lavoro c’è la forte convinzione che ognuna di noi abbia tratti interessanti, non necessariamente belli. Alla fine, cos’è la bellezza?

La luce naturale mi dà modo di girare intorno al soggetto, osservarlo senza farlo sentire giudicato. E quando non c’è giudizio, viene tutto alla luce, in un modo così naturale e spontaneo che spesso è commovente. Il loro charme scaturisce dalla consapevolezza e dalla sincerità, dal mancato desiderio di apparire ma di essere.

Potrei forse dire che, portando serenità a loro, in qualche modo io la porti a me stessa.


Nella tua tecnica fotografica, dalla luce ai colori, emerge tanta delicatezza.

Questa caratteristica è da considerarsi naturale, spontanea, una riflessione della tua personalità o rappresenta una scelta precisa?


“Less is more!”, proclama un post-it sul mio frigorifero.

Trasportare un soggetto in un contesto semi-asettico, mi permette di dare centrale importanza al soggetto stesso.

È come se tutto fosse avvolto in una bolla fuori dal tempo e dallo spazio. Come se riuscissi a strappare un momento di realtà e trasformarlo in altro. In qualcosa di etereo, qualcosa che resti per sempre.

Pulizia nello scatto, assenza totale di filtri fotografici (che negli ultimi anni vanno tanto di moda) e luce naturale quanto più possibile.

Sì, direi che questa sono esattamente io, la romantica B. alla ricerca della verità.


La tua fotografia è anche storytelling. Nella tua Instagram gallery, per esempio, tu descrivi il “backstage” dell’immagine, proprio come una storia.

Le emozioni che provi e qualche interessante dettaglio personale del soggetto immortalato.

Chi sono quindi le donne che solitamente fotografi e quali storie ti piace raccontare?


Credo sia uno strascico del mio amore per il reportage ad essersi tramutato in storytelling. Mi piace scrivere e raccontare storie.

Le didascalie che trovate su Instagram e gli articoli del mio blog, sono riflessioni personali, i racconti “dietro l’obbiettivo” che si alternano ai “ritratti sinceri”, ovvero le storie che vivo attraverso le donne che fotografo. Queste ultime, lasciandosi andare, spesso mi raccontano molto delle loro vite, anche se a volte non è necessario.

Ci sono connessioni che si creano e riescono a diventare legami molto forti, e quando accade è meraviglia pura.

Le donne che fotografo e di cui parlo sono donne ordinariamente straordinarie, ho lavorato con studentesse, casalinghe, insegnanti, attrici di teatro, modelle, farmaciste, medici, avvocatesse, artiste, architetti.. e con tutte loro ho semplicemente cercato di essere me stessa, per poter permettere loro di fare lo stesso. Ed è questo che mi piace raccontare, le storie di ognuna di noi una volta che viene tolta l’etichetta.

Mi piace pensare che, attraverso il mio lavoro, io possa comunicare messaggi positivi, di incoraggiamento e di amore incondizionato per noi stesse.


Oggi si sente un sacco parlare di donne e nascono sempre più spesso collettivi al femminile. La necessità di unirsi, di supportarsi l’un l’altra e raccontare storie di donne è davvero molto forte. È quello che faccio, ed è quello che fai anche tu. Che cosa ti sembra di aver meglio appreso riguardo le donne lavorandoci insieme e cosa credi sia importante per il futuro delle donne stesse?


Ho alle spalle diverse esperienze di co-working con altre donne che mi hanno dato molto.

E cerco costantemente di creare rete: il potere che abbiamo è inestimabile!

Molto spesso il più grande ostacolo per una donna, è la donna stessa. Parliamo tanto di emancipazione, eppure qualche volta ho ancora la sensazione che siano le donne a ghettizzare il genere femminile e ad alimentare i vari tabù.

Credo che ogni donna dovrebbe meritare di scoprire chi è e dove stia andando. Credo che prima di essere moglie e madre, ognuna di noi debba essere donna. E che non ci siano tempi prestabiliti, per quanto vogliano farcelo credere.

Credo che la società invii messaggi contrastanti tra loro e che troppe poche di noi se ne rendano realmente conto.

Quello che auguro a tutte noi per un futuro migliore è la consapevolezza.


Beatrice, quali sono i tuoi progetti in corso?


“Quattro” è un progetto in itinere che ha preso vita lo scorso agosto.

Si dice che il quattro sia il più perfetto tra i numeri. Rappresenta, infatti, la prima potenza matematica da cui derivano tutte le altre combinazioni numeriche.

Benché la matematica ed io non siamo mai andate d’accordo, la potenza generatrice del quattro assume, per me, un significato essenziale.

Quattro sono le donne. E quattro sono le storie racchiuse nella loro arte.

Quattro storie che hanno portato ciascuna di loro a perdersi e a ritrovare se stesse nell’Arte, acquistando il potere di elettrizzare, liberare, guarire; di rappresentare in modo unico le identità femminili e le relazioni affettive. Quattro donne ordinariamente straordinarie, diverse tra loro per età, background, approccio estetico. Diverse tra loro le rispettive arti.

E così, di quattro in quattro, sto collezionando volti, storie ed arte. Una mostra, un libro.. che cosa ne farò esattamente, lo scopriremo insieme perché non lo so nemmeno io!

Ultimo, ma non meno importante, c’è un nuovo progetto che mi ha vista impegnata negli ultimi mesi: "Ossimoro" E’ un progetto riguardo la maternità più taciuta, che cerca di porre attenzione su ciò che, l’essere madre, può dare e togliere.

Donna e madre. Sonno e veglia. Odi et amo. In questo ossimoro, dove i contrasti coesistono in un delicato equilibrio.

Ossimoro è stato presentato lo scorso 26 settembre, nel foyer di Teatrosophia a Roma. L’esposizione resterà disponibile e aperta al pubblico fino al 31 ottobre 2019.

Ci sono piani futuri o sogni artistici che ti andrebbe di condividere con noi?


Il mio sogno è vivere un giorno dove possa non indossare mai le scarpe, al resto non ci ho ancora pensato!


Beatrice, che cos’è la fotografia per te?


La fotografia per me? Sono gli occhi con cui guardo il mondo.


Più che un'intervista, mi piace vedere questo scambio come un meraviglioso dialogo avuto con Nicoletta di Cicada Wheels.

Un incontro al femminile che mi ha permesso di raccontarmi e, in qualche modo, fare quello che io faccio solitamente: ritrarre.

Sì, questa volta il ritratto è il mio.


Grazie Nicoletta, per avermi dato modo e spazio di rivelarmi, cosa che difficilmente riesco a fare.


Potete trovare questo nostro dialogo anche qui.

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